domenica 5 aprile 2009

Come stanno le ortensie.

Era da più di due anni che avevo dentro questa storia. Se finalmente ho trovato le parole per scriverla, lo devo in buona parte a Ettore Malacarne e al suo corso di scrittura. Raccontate una storia che racconti un'altra storia: era uno degli esercizi da svolgere. Mi ha aiutato a trovare la strada per scalare la mia montagna.
E a proposito di montagne, il racconto sarà presto pubblicato su Montepiano, rivista di attualità e cultura diretta da Francesco Genitoni.



Come stanno le ortensie



- Hai comprato dei fiori.
- Sì, due ortensie, hai visto?
- Sì. Due.

Rincasando le aveva trovate sul pianerottolo, davanti alla porta d’ingresso. In un vaso oblungo, simmetriche come due polmoni al contrario, i gambi per trachea e i chiaroscuri tra un’infiorescenza e l’altra che sembravano alveoli.

- Ti piacciono? - chiese, senza alzarsi dal divano.
“Mi hanno fatto accapponare la pelle” fu la risposta che formulò il suo cervello.
- Sì – disse - mi piacciono. Come stai? - chiese anche. Ottenne in cambio un sorriso.

Riusciva a dormire, in quell’ultimo periodo. Ma non quella notte. Vedeva le ortensie viola, vedeva in dettaglio, come in una radiografia, le intercapedini nere che si creano tra un’infiorescenza e l’altra.

- Come stai? – chiese di nuovo la mattina dopo. Sua madre si era già svegliata, ed era sdraiata sul divano. Verso sera si alzava per andare a letto, non le piaceva addormentarsi sul divano. Ci tornava al mattino, dopo aver gironzolato un po’ per la cucina. Quando non era troppo sfinita, faceva un giretto nel viale, si fermava a comprare qualcosa, o a salutare qualcuno.
- Un’ortensia sembra già un po’ sfiorita – gli disse.

Andò fuori a controllare, era vero. C’erano dei petali per terra, come macchie di sangue viola sul granito nero e bianco.
- Ma cosa dici! – disse – stanno tutt’e due benissimo – e la madre sorrise.
- Dici che avranno sete? – gli chiese.

Riempì una caraffa di plastica che trovò dentro lo sportello delle pentole. Uscì e versò l’acqua nel vaso. Il getto, entrando in contatto con i gambi, fece ondulare i fiori, che persero ancora qualche petalo. Appoggiò la caraffa per terra, raccolse i petali con le mani e li chiuse nel pugno.

- Come stanno le ortensie? – chiese alla madre il mattino successivo.
Di nuovo un sorriso invece di una risposta.

Una delle due era già mezza sfiorita. L’altra sembrava ancora in buono stato. Rientrò in cucina, prese di nuovo la caraffa e la riempì.
- Non credo che serva più – disse la madre.

Raccolse di nuovo i petali sul pianerottolo, e questa volta decise di gettarli dentro al vaso. Una parte di sé ricordava una vecchia lezione che risaliva forse alle scuole elementari: i petali caduti, marcendo, si sarebbero trasformati in concime per la pianta. Decise di credere a questo ricordo, per quanto distorto e confuso poteva essere.

- Come stanno le ortensie? – quella mattina fu la madre a domandarlo.

L’ortensia di sinistra era un cadavere scarnificato dall’interno, uno scheletro con appena qualche brandello sanguinante rimasto a copertura della carcassa. L’altra, guardata da una certa angolazione, poteva ancora sembrare intatta. Gettò via il fiore morto, ma prima sistemò l’altra ortensia in modo che se la madre fosse uscita a controllare, avrebbe notato per prima la parte migliore.

- Mi porteresti un’altra coperta? Resto qui, questa notte.
- Sul divano?
- Sì. Resto qui. Oggi facevo più fatica a respirare del solito, non mi sento di alzarmi.
- Resto anche io, c’è posto – era più una domanda che un’affermazione.
- Non preoccuparti. Come sta l’ortensia?
- Sta benissimo, l’ortensia.

7 commenti:

  1. Questo qui delle ortensie per esempio, che mi piace un casino, sarei contento di vederlo insieme ai miei raccontini.

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  2. ti ringrazio.
    ti scrivo presto.

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  3. complimenti per la capacità di sintesi, ovvero quella di condensare una "specie" di tensione pronta a vibrare in poche righe (come qualcosa che cerca di auto-trannenersi e di non esplodere). La sintesi emerge in poche immagini ripetute, in frasi all'apparenza semplici ma cariche di un doppio significato, che appunto "vibra". I personaggi conoscono la verità ma entrambi ci girano attorno, qualunque questa verità essa sia... questo è il giudizio che mi sono fatto. DAMIANO

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  4. Grazie Damiano,
    ho letto il tuo commento solo adesso.
    Diego

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  5. sto piangendo e di più non dico. elena

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. tu sei bravo, Diego, a prescindere, fuori da ogni esercizio di scrittura più o meno creativa. Sei bravo di tuo. Persino i tuoi post sono uno scrivere di sempre godibile lettura. Ma in questo racconto c'è dolore, e c'è il pudore di non esibirlo. C'è tenerezza e discrezione. Sarò banale, ma questo racconto ha un'anima, un respiro.

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