lunedì 4 luglio 2011

Intervista su Mediastars

A questo link trovate un'intervista dove rispondo ad alcune domande sulla comunicazione, in seguito all'epserienza come giurato per l'ultima edizione del MEDIASTARS, Premio Tecnico della Pubblicità.
Ne appoggio qui giusto un estratto, su di un tema che mi sta a cuore.




Come si pone rispetto a questi sviluppi il lavoro degli uomini di comunicazione che devono trovare un nuovo linguaggio sintetico che non sia percepito come "logoro" e possa incuriosire e attrarre le nuove generazioni? Quanto può incidere uno slogan a rendere unico l’oggetto del messaggio?
Non sono molto d’accordo con i termini in cui è posta la domanda. Un conto è la sintesi, che significa aver la capacità di condensare, di creare sottotesti, di lavorare sul non detto, sull’evocazione. È una capacità altissima, sulla quale un copy continua ad allenarsi per tutta la vita. Un conto è l’abbreviazione: ad esempio xché invece di perché. In un certo senso, se la mettiamo in termini concreti, sono l’una l’opposto dell’altra. Se ho grandi capacità di sintesi non sono costretto a ricorrere ad abbreviazioni per far rientrare il mio messaggio all’interno dei caratteri richiesti da un sms. Inoltre penso che il ruolo di un copy sia proprio quello di evitare come la peste gli slogan, il già sentito, il linguaggio “pubblicitese” per intenderci. Ogni volta che sento un finto rap o un finto slang giovanile dentro a uno spot, personalmente rabbrividisco.





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