sabato 24 novembre 2012

Cinque buchi


Ero appena tornato emiliano. Stavo sperimentando nuovi equilibri, fatti di distanze da percorrere a piedi o da lasciar scorrere sotto le ruote di una bicicletta appena comprata - quanto tempo era che non ne usavo una? 

Scoprivo, un po' a tentoni come è giusto che avvenga ogni scoperta, spazi ristretti ma meno densi, dove le idee possono respirare e le sensazioni decantare; ritmi che lasciano ancora il tempo di conoscere, e lentezze esasperanti, frustranti, insostenibili.


Stavo riscoprendo la provincia che ho sempre avuto dentro, umana dove la città era paranoica e paranoica dove la città era umana; cominciavo a comprendere il modello basato sulla doppia vita, che impedisce di trasformare la propria passione in lavoro e che determina dirigenti impeccabili che alla sera si trasformano in jazzisti: un modello umano perché lascia il tempo di avere passioni, ma paranoico perché produce professionisti frustrati che
avrebbero voluto fare i musicisti, e musicisti così così perché hanno l'alibi di farlo solo come passione.

Stavo, soprattutto, cercando di riempire di significati che fossero miei, soprattutto miei, solamente miei, il mio percorso a ritroso, il mio strano cerchio non circolare, la mia nuova vita senza più stazioni, consapevole di essermi gettato in corsa dall'unico treno che mi stava portando verso una destinazione certa. Che però non era la mia. Avevo bisogno di mettere dei punti, di scrivere la parola fine su certi sentieri. Questo racconto è figlio in quel periodo, di quella voglia di trovare un ordine interiore. Da allora sono successe un po' di cose: l'antologia è finita, per esempio, su Satisfiction e Rolling Stone, mentre la casa editrice, purtroppo, nemmeno esiste più. E persino il curatore ha scelto di uccidere il proprio nome. 
Ma il racconto - Cinque buchi - è ancora qui e oggi mi pareva il giorno giusto per condividerlo.

CINQUE BUCHI


Primo buco
È il giorno dopo Pasqua. Scelgo un punto del cortile che mi sembra possa andare bene, vicino alla siepe mezza rinsecchita. Non so come si fanno queste cose, non le ho mai fatte. Traccio con il badile un rettangolo sulla ghiaia, a occhio, e comincio a scavare. Quanto in profondità devo andare? mi chiedo. Sarà della misura giusta? Si potrà fare davvero questa cosa, o il veterinario me l’ha detto solo per togliersi il problema? E se c’è un tubo che passa di qui? Cerco di ricordarmi di mio padre, quando aveva seppellito il gatto. Sembrava che sapesse quello che faceva. Sembrava che fosse normale, per lui, seppellire il gatto. Io ero un bambino, e mio padre non doveva avere molti più anni di quanti ne ho io adesso. Forse, dentro di lui, aveva i miei stessi dubbi. Forse anche lui non lo sapeva, quanto in profondità bisogna andare e dove passano i tubi e dove no.
Si affaccia mia nonna, abita al secondo piano mia nonna. Cosa fai!? mi urla. Non rispondo. E se c’è un tubo!? mi urla. Continuo a scavare. Guarda che in quel punto lì mi sembra proprio che passi un tubo!
Pianto il badile nel mucchio di ghiaia e terra che ho creato e guardo in su.
Scava là, vicino ai garage!

Secondo buco
Traccio un altro rettangolo e ricomincio. Mi fanno male le mani, non ho neanche un paio di guanti, perché non sono capace di fare le cose da giardino e quindi non ce li ho dei guanti da giardino.
La sua guerra l’ha combattuta, è così che ha detto il veterinario.  La sua guerra l’ha combattuta, mi ripeto in testa: è una buona frase da dire per questo genere di momenti. Sarà un modo di dire? Io non lo avevo mai sentito prima, e ammetto a me stesso che contiene un briciolo di verità. Però non mi leva quella sensazione. Io non volevo chiamarlo il veterinario, perché lo sapevo che se lo chiamavo voleva dire che avevo già deciso. Ma cosa dovevo fare? Ho avuto fretta? L’ho ucciso io, il mio cane? È questo che mi sto dicendo? Mi sembra che la buca sia un po’ corta, forse devo allungarla un po’. Non avevo molto tempo, sono a casa per pochi giorni e poi devo ripartire per Milano. Dovevo sbrigarla io questa faccenda, ci sono rimasto solo io che potevo farlo. Era giusto che lo facessi io, ma forse l’ho fatto nel modo sbagliato. Erano tre giorni che non si alzava. Stava sdraiato sulle pietre del marciapiede, davanti alla cuccia, su un fianco. Le zampe di dietro ormai erano paralizzate. Avevo provato a infilargli tra i denti dell’acqua e del mangiare, ma non era semplice in quella posizione. Sarà un metro di profondità? Sì, un metro, ma non di più. Non lo so, non so quanto bisogna scavare, ma dire che ho scavato un metro mi dà un po’ di sollievo. Ha fatto finta di visitarlo per qualche minuto, l’ha fatta giusto per me questa commedia. L’ho apprezzato, come gesto, lo capivo benissimo che secondo lui non c’era niente da visitare. Gli ha toccato le zampe di dietro in due o tre punti e poi ha detto: quanti anni ha? Lo sapeva già quanti anni aveva, perché lo aveva sempre visitato lui, ma da qualche parte doveva pur cominciare l’esecuzione. Sedici, gli ho detto, rendendomi conto che con questa risposta gli stavo dando il mio benestare. È lì che ha detto quella frase sulla guerra, e io ho risposto che sì, era vero, l’aveva combattuta la sua guerra. Non si poteva più tornare indietro, lo capivo che non si poteva più tornare indietro. Il veterinario ha preso la sua valigetta e l’ha aperta. “Preferisci non guardare?” mi ha detto. Io non lo sapevo cosa dovevo preferire, cosa si deve preferire in questi casi, ma il suo era un suggerimento, non una domanda. Mi sono allontanato, e non ho neanche accarezzato il mio cane per l’ultima volta. Succedeva tutto troppo in fretta, e non ho avuto il tempo neanche di rimanere concentrato sul pensiero che quella era l’ultima volta che lo vedevo vivo.
“Non posso pagarti adesso” gli ho detto poi, mentre guardavo il cadavere, sembrava che respirasse ancora “ho perso il portafogli con dentro i documenti e tutto quanto”. L’ho perso davvero il portafogli, credo di averlo lasciato sul treno mentre tornavo da Milano. Poi, con la faccenda del cane non ho avuto tempo di fare denuncia. “Non preoccuparti” ha detto “vedrai che ci sistemiamo” e ha fatto per mettermi una mano sulla spalla. Ma io mi sono spostato di un passo, appena prima che potesse compiere il gesto, non avevo voglia di una mano sulla spalla.
È quasi buio, adesso. Smetto di scavare, ammucchio da una parte alcuni sassi più grossi. Seppellirò il mio cane domattina presto.

Terzo buco
Metto un panno sulla carriola arrugginita. Erano anni che nessuno la usava più. Il marciapiede è sporco di merda e piscia. Non so dire quanto pesa il corpo, molto più di quanto immaginavo. Sono contento di essere solo, era giusto così, mi dico, era giusto che ti seppellissi io, dico al corpo, la tua guerra l’hai combattuta. Ma non riesco a levarmi di dosso il senso di colpa, la sensazione di aver fatto tutto troppo in fretta, nel modo sbagliato. Potevo non chiamare il veterinario, oppure dirgli di provare ad aspettare. Dirgli che nonostante la vecchiaia, forse il mio cane si sarebbe potuto riprendere. Ti ho tradito? chiedo al cadavere, mi viene da chiedergli così, se l’ho tradito. Quello che mi rimane da fare è cercare di seppellirlo come si deve, di farlo in modo solenne, senza commettere errori. Ecco, almeno questo te lo devo, dico al corpo, e dirigo la carriola verso la buca.
Non è abbastanza lunga. Mi viene voglia di piangere. Provo in tutti  i modi, ma non riesco a farci stare le zampe di dietro. Non mi resta che tirare fuori il corpo e rimettermi a scavare. Il problema è che non so come prenderlo, il corpo, adesso che è dentro la buca. Dopo un’infinità di tentativi, riesco a trascinarlo fuori per le zampe di dietro, e lo rimetto sulla carriola. Prendo di nuovo il badile.

Quarto buco
- Lei deve disseppellire il corpo - dice il carabiniere, avrà un paio d’anni in meno di me.
- Mi scusi?
- Purtroppo il regolamento dice così, gli animali non si possono più seppellire nei giardini privati. Poi non è che possiamo stare a controllare tutte le case, questo no, ha capito cosa le sto dicendo?
- Sì, ho capito. Ma a me non interessa se mi controllate o no. Le sto dicendo che la SAT era chiusa, era il lunedì di Pasqua quando è morto, e il veterinario ha detto che potevo seppellirlo io e denunciare poi la morte ai vigili.
- Noi non siamo i vigili, siamo i carabinieri, e le dico che, per legge, lei non può fare quello che ha fatto. Per legge, lei deve disseppellire il cadavere e portarlo alla SAT.
- Lo so che siete i carabinieri: le ripeto che sono venuto per il portafogli, ho solo pensato che potevo denunciare qui anche la morte del mio cane.
- Lei il suo cane deve portarlo alla SAT.

Prendo il badile in mano e mi avvicino al luogo della sepoltura. Alla fine ero riuscito a fare una tomba quasi decente, con quei grossi sassi che avevo tenuto da parte, tutt’intorno al perimetro.

Quinto buco
Guido verso la Sat. Ho in macchina un sacco nero sporco di terra che contiene il cadavere del mio cane e i suoi liquami. Per di qua, mi dicono alla SAT, metta una firma qui e qui. Un uomo mi aiuta a scaricare il sacco e lo fa sparire in un container. Pesava eh? mi dice, e poi mi saluta.
Rientro in casa e m’infilo nel letto, cerco di pensare a tutto quello che io e il mio cane abbiamo vissuto insieme, ma non mi viene in mente niente.

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