sabato 23 marzo 2013

Quella cosa che sto scrivendo: un altro pezzo


 ASAP

Alle macchinette c’è il diavolo, si è preso una Girella. Dev’essere un rilancio forse o qualcosa del genere, era da anni che non vedevo una Girella e pensavo fosse uscita di produzione.
Nella macchina ne è rimasta un’altra. Inserisco la chiavetta, digito il numero 42 e osservo il fossile anni Ottanta finire nel vano sul fondo. Sulla confezione azzurra c’è stampato il Golosastro, una specie di mostro con poca personalità, che non faceva nessuna paura ai bambini. «Speriamo che sia anni Ottanta, non degli anni Ottanta» butto lì al diavolo senza troppa convinzione, prima di mordere, giusto per impersonare il ruolo di quello che lo sforzo di fare conversazione l’ha fatto. Almeno ho evitato di chiedergli se sta facendo una campagna per un’azienda che produce pentole, come fanno più o meno tutti gli altri per cercare di fare i simpatici. In ogni caso, continua a masticare la Girella senza fare nemmeno un cenno.

Chissà come doveva essere lavorare in pubblicità in quegli anni di colori vividi, titoli ingombranti messi insieme con i letraset, taglierini e dita impiastricciate di colle; quando ancora non s’iniziava la giornata di lavoro aprendo a caso una delle venti mail rosse con scritto urgente e si potevano inventare il Golosastro e le filastrocche con le rime e quando si faceva una pubblicità di merendine per bambini si poteva parlare ai bambini, non alle loro mamme; e i bambini rimanevano incantati e le mamme compravano tutto quello che i loro figli volevano, senza chiedersi quanti zuccheri, quanti grassi di cui insaturi, quanto aspartame e quanti conservanti fossero contenuti nelle confezioni, e a quale percentuale di fabbisogno giornaliero corrispondeva la quantità di potassio per 100 grammi di prodotto. Chissà se anche allora, quando il desaturato tendente al verdognolo non era ancora l’unico trattamento visivo considerato cool dagli art director, la Fanta era arancione evidenziatore e la One-o-One osava sfidare la Cocacola, superandola nei blind test nel 52 per cento dei casi, il diavolo era un’assunzione obbligatoria in Agenzia. Nessuno glielo chiede mai apertamente, al diavolo, se sa di essere un’assunzione obbligatoria. Nessuno sembra volerne parlare volentieri. L’argomento è una specie di tabù, come gli straordinari non pagati e gli scioperi di categoria che non si possono fare. Si dice che sia utile perché conosce alla perfezione tutte le lingue del mondo, ma il sospetto è che la sua presenza serva a tutti noi semplicemente per farci entrare bene in testa per quale fazione stiamo lavorando, di che squadra facciamo parte qui in Agenzia.

Non è un creativo migliore né peggiore di tanti altri, si lamenta come tutti, fa tardi la sera come tutti. Lavora su clienti impossibili, che nessuno vorrebbe avere tra i piedi: medicinali e banche. Nessuno sa bene cosa faccia nella sua vita oltre il lavoro, non ne parla molto. Ha un piccolo ufficio tutto suo, da dove – nelle giornate peggiori – si sentono risuonare gorgoglii metallici che sembrano un misto tra un maiale sgozzato e un motore che non funziona per bene. Le prime volte erano insopportabili, ma qui in Agenzia si impara presto a fare l’abitudine a tutto.
«Ero direttore creativo, allora - sibila tra il crocchiare dell’incarto plastificato che contiene l’ultimo morso di Girella – come se avesse seguito il filo dei miei pensieri».
«Come?»
«Negli anni Ottanta, dico – butta l’incarto nel cestino sbagliato, quello per il vetro, e si pulisce nei pantaloni il residuo appiccicaticcio rimasto sui polpastrelli – ero direttore creativo su sei o sette clienti. Robe di mamme e bambini, storie di emozioni e buoni sentimenti, hai presente? Biscotti, caramelle, gelati e c’era anche una linea di abiti per l’infanzia. Poi tutto è andato in malora. Erano altri anni comunque.»
«Ma».
Mi fermo, non è il caso di chiedergli cosa sia successo poi.
«Io sono il ribelle. Il caduto. Si è compiuto quello che si doveva compiere, e non è ancora finita». Senza salutarmi torna in ufficio.

«Eccoti, è da venti minuti che ti stiamo cercando! - ansima una voce mentre ancora rimuginavo sulle parole del diavolo, chiedendomi se sul dizionario dei simboli avrei trovato qualche informazione – c’è la riunione, te l'eri scordato? Muoviti! Sono già tutti su, asap!»
Posso abituarmi all’idea di lavorare in squadra col diavolo, posso abituarmi ai suoi lamenti raccapriccianti, posso abituarmi anche alle mail che hanno tutte per oggetto la stessa scritta: urgente; alle velleità degli art e alle paranoie dei clienti che hanno paura di qualsiasi cosa: paura del blu troppo accesso dello sfondo, paura della parola paura scritta nel titolo della campagna, paura di usare un tono di voce anche solo leggermente differente da quello che usano tutti i competitor; ma non riuscirò mai ad abituarmi a un’account che ansima la parola Asap: As Soon As Possibile.
«Ok - giusto per farla irritare digito un altro numero sulla macchinetta – bevo una Lemonsoda, vado in ufficio e controllo un secondo le mail, scrivo un po’ di titoli per la campagna del ferro da stiro, prendo un taxi, vado a incidere un radio in studio - una cosa da un'oretta al massimo - tornando mi fermo a prendere da mangiare e, cercando di fare più in fretta che posso, salgo su in sala riunioni, va bene?» 
Nei suoi occhi vedo solo il terrore, al momento il suo cervello non è sintonizzato sulla frequenza dell'ironia.
«Ok. Asap.» dico, e m’incammino verso l’ascensore aprendo la lattina di Lemonsoda con l'espressione di un condannato a morte.
Adesso finalmente è contenta.

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