domenica 21 aprile 2013

Noi, che amiamo quello che odiamo, e altri argomenti come la musica commerciale (Arriviamo anche a parlare di marche e comunicazione)


A essere molto sintetici la situazione è questa: fino a quando un cantante propone testi sofisticati, musica ricercata, soluzioni originali e un progetto diverso dal già sentito, vende 15 dischi e muore di fame o fa altri 4 lavori per vivere. A volte allora succede che un cantate, per poter fare quello che ha il sacrosanto diritto di voler fare, e cioè trasformare la sua passione e il suo talento in un lavoro onesto, dica dei sì, faccia dei compromessi, e se ne esca con album orecchiabili, ritornelli tormentonabili, testi che scorrono come acqua fresca. Ecco fatto, se tutto va bene ora ha successo e vive del suo lavoro. Salvo che i puristi sostengono che sia commerciale, scontato, facile, e tutti gli altri - quelli che lo ascoltano - dicono esattamente la stessa cosa, ma solo perché lo sentono dire da tutti. Lo stesso vale per esempio per un paroliere: pensate che per mangiare scriva più volentieri un testo per un cantante che venderà 100.000 copie o 1.000? E perché, egli come noi, non ha tutto il diritto di sperare di guadagnare con il suo lavoro? 

Perciò la conclusione è drastica ma molto semplice: se un cantate è inutile e commerciale non dobbiamo prendercela con lui, ma con noi. Se un cantate è talentuoso ma non fa successo non dobbiamo dire, con quell'espressione che ho visto su troppe, troppe, troppe facce: «Scusa, chi? E chi sarebbe?» altrimenti stiamo già costruendo la strada verso la sua svolta commerciale. In altre parole: se noi non facciamo nessuno sforzo per dare chance ad artisti poco conosciuti, con che presunzione pretendiamo che cantanti, musicisti e parolieri facciano i martiri del purismo?

Ora, se volete, possiamo provare ad applicare questo schema su altri campi, per esempio quello della scrittura o di altre forme d'arte e comunicazione. Vedrete, dovrete ammettere che Fabio Volo vende più di Ivano Porpora. Lo so, state già dicendo: «E chi è Ivano Porpora?».

Lo stesso vale per le aziende. Pensateci: finché un'azienda produce prodotti etici, rispettando i dipendenti e noi che utilizzeremo i prodotti, lotta per stare sul mercato e alla fine è costretta a proporre prezzi molto sopra la media. Chi è disposto davvero a sostenere quei prezzi? Per chi poi? Per un'azienda con una brutta confezione, che non si è mai sentita? Ed ecco che scatta l'acquisto del prodotto di marca: più noto, più familiare, più provato dagli amici. Più tutto. Salvo che poi siamo i primi a dire: basta con la pubblicità!

Sarebbe meglio mettersi un po' d'accordo con noi stessi, non trovate? Pensiamo al caso dei farmaci generici, poi ribattezzati, per renderli un tantino più accettabili Medicinali equivalenti: la cultura dell'inerzia verso il già sentito, fa sì che molte persone "non si fidino" dei generici, che per legge devono garantire le stesse performance (con tolleranze controllate). Ma niente, nonostante il risparmio e la tutela della legge, vogliamo essere sicuri. E identifichiamo la sicurezza con l'abitudine e l'abitudine, si sa, è la zona d'ombra in cui si annida la marca.

Torniamo all'aziendina etica: che le succede? Succede che alle volte l'aziendina etica, in crisi, rischiando di saltare, cerchi con pochi denari, poca esperienza e poca malizia di dare un disperato colpo di coda; ed ecco che fa una pubblicità provocatoria perché è l'unico modo che le rimane per attirare la nostra attenzione sonnacchiosa e ipnotizzata dalle marche. Se va bene, per qualche anno può andare, salvo che quei 15 sostenitori che aveva passeranno il resto della loro vita a scrivere indignati sui forum che ora l'azienda è "diventata commerciale". Se va male, è la fine: i pochi simpatizzanti gridano al tradimento, tutti gli altri conoscono l'azienda solo per quella brutta pubblicità e la giudicano 
pessima ancor prima di conoscerla.

In ogni caso siamo sempre noi. Siamo noi che, anche se faticheremo ad ammetterlo, amiamo quello che odiamo e odiamo quello amiamo e siamo in perenne disaccordo con i nostri desideri e le nostre pulsioni. E continuiamo imperterriti a concentrarci sulla buccia, non considerando l'arancia. Se proprio vogliamo, possiamo anche provare ad applicare questo ragionamento al contesto politico, facendo i dovuti cambianti. Come si dice, mutatis mutande. No, forse non era così.

 

7 commenti:

  1. Tutto riguarda la strategia adottata, l'importante è essere coerenti con l'immagine creata, avere chiara la propria mission, così anche l'aziendina etica potrà fare della buona comunicazione, senza ricorrere a pubblicità provocatoria.

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  2. Ridurre tutto a questo è un po' semplicistico. Nessuno, purtroppo, ti dà la certezza che con una strategia perfettamente coerente e una mission chiara le persone si interessino a te. Nessuno. Specie se hai poco budget da investire. Purtroppo c'è una letteratura infinita di prodotti e aziende che funzionano perfettamente nei blind test, in alcuni casi meglio dei mega-competitor, che hanno mission chiare e vengono proposti in modo coerente, ma che per un miliardo di variabili non controllabili finiscono malissimo nel giro di pochi anni.

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  3. Guarda cosa è accaduto ad un'azienda che ha snaturato la propria immagine http://www.ninjamarketing.it/2013/04/21/effects-of-calabria-quale-ritorno-dinvestimento-per-una-campagna-poco-italian-style/

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  4. Boh, non lo so, so solo che per sbaglio mi sono messo a leggere un suo libro e l'ho trovato straordinario.

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    1. Credo che lui apprezzi moltissimo. (Fabio Volo un po' meno).

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  5. Sono d'accordo con ciò che affermi ma sarebbe interessante capire il motivo dei conformisti e lavorarci sopra, così come anche quello dei "puristi" e fare lo stesso.
    E' vero che le motivazioni possono essere le più "disperate" (come ha detto qualcuno), ma sotto sotto son sempre due facce della stessa medaglia.

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