mercoledì 26 giugno 2013

LE MIE STORIE CON GLI OGGETTI / OGGETTO #1 OCCHIALI DA SOLE FEMMINILI DEGLI ANNI SESSANTA


Le mie storie con gli oggetti

Sono stato amante di un certo numero di oggetti. Non molti in verità. Ho avuto relazioni intense e appaganti con loro, o discrete e durature. Alcuni mi hanno segnato per la vita. Non so esattamente che cosa trasforma una cosa neutra, arida e inerte in un oggetto che diventa parte di me. Non so precisamente come avvenga, che le cose e io cominciamo a studiarci, a confrontarci, ad appartenerci e a diventare un’unica grande narrazione; eppure io, in fin dei conti, non sarei lo stesso senza questi oggetti, e questi oggetti non sarebbero gli stessi, senza la relazione che hanno con me. Non so come avvenga, è vero, ma custodisco negli scaffali della mia memoria ogni singolo libro, giocattolo, utensile, gadget, accessorio, elettrodomestico che ha avuto una storia con me. 



Oggetto #1. Occhiali da sole femminili degli anni Sessanta

Descrizione:

Un vecchio paio di occhiali di forma affusolata. Le lenti sono arancioni, solcate da un gran numero di segni. Le bacchette, molto sottili, non sono avvitate alla perfezione.

Durata della relazione:

Dal 2003 a – Relazione attualmente in corso



Storia (con un’altra storia dentro):
Da adolescente ho avuto qualche paia occhiali da sole. Li compravo, li perdevo, li lasciavo in giro. Nessuno mi aveva mai convinto al punto da meritarsi la definizione di mio paio di occhiali da sole. C’è stato un periodo intorno ai quindici anni - ascoltavo hip hop allora – in cui avevo trovato un paio di occhiali in una delle più classiche gite a San Marino, dove si andava ad annoiarsi un po’ su e giù per le vie, si scherzava sui colori delle divise da folletto della gendarmeria, si faceva il giretto nel ridicolo museo delle cere e si finiva nel negozietto a comprare qualcosa, perché senza le tasse costava meno; ecco, in quell’occasione avevo trovato un paio di occhiali con quelle forme avvolgenti di una di quelle marche di abiti da snowboard: quelli, devo ammettere, per un annetto sono stati quasi i miei occhiali, anche se dentro di me sapevo che il mio viso e quelle forme non sarebbero andati d’accordo per sempre; in fondo sapevo dall’inizio che quella storia somigliava più a un flirt estivo che a un amore vero. Bastarono un nuovo taglio di capelli e una fissazione meno integralista per la musica hip hop perché una mattina mi trovassi ridicolo, davanti allo specchio, con quegli occhiali. E poi va detto, per trasparenza, che il motivo grafico sulle bacchette avvolgenti aveva iniziato a scolorirsi e la vernice a scrostarsi; insomma, era finita, non avevamo più nulla da dirci, anche se non era stata così male.

Poi niente, seguirono anni bui, anzi il contrario: così luminosi da diventare accecanti, perché non usavo nessun tipo di occhiali da sole. Una frase mi aveva influenzato su tutte, di un amico tedesco, pragmatico e sicuro dell’oggettività delle sue affermazioni, come si vuole siano i tedeschi: «Se vai in Messico, quasi nessuno ha gli occhiali da sole, e sì che là il sole picchia ben più che in Italia – mi aveva detto nel suo modenese-tedesco – gli occhiali da sole sono più che altro una moda, è ovvio». Così, le poche volte che ero tentato di andare a provarne un paio, pensando a quella frase sulla moda, mi scoraggiavo.

Adesso ce li ho degli occhiali miei. Li indosso anche ora, mentre guido verso Reggio Emilia, passando per le strade basse che attraversano campi di erba e mari di eternit. Sono occhiali degli anni sessanta, da donna. Me li ha regalati un vecchio amico, che ormai vedo al massimo un paio di volte l’anno. Erano già pieni di segni e graffi, perché erano occhiali originali di sua madre. Me li aveva messi in mano, con queste lenti affusolate, arancioni e tutte segnate – anche se non così segnate come sono ora - e aveva insistito perché li provassi. Una volta indossati avevo capito subito che non si poteva più tornare indietro. Non erano occhiali da sole, ma occhiali del sole. Ancora oggi non riesco a spiegarmi bene il miracolo per il quale quelle lenti riescono ad attenuare l’intensità della luce, ma allo stesso tempo aumentano a dismisura la saturazione di ogni colore: le colline diventano brillanti e intense e rigogliose come quelle irlandesi, il cielo blu, più blu dei poster del Texas, ritoccati a Photoshop, i campi di grani gialli come un’arancia, però gialla. Dopo un paio di minuti che indossi quegli occhiali, osservando il meraviglioso mondo supersaturo degli anni sessanta, ti abitui e ti sembra che quella sia la normalità. Toglierseli è una specie di dramma, una delusione straziante. È come ritrovarsi di colpo in una versione di Serie B della realtà, una vita abbassata di un’ottava, un acquerello dipinto in fretta da un pittore che lesina sui colori: tinte smorte, marroncini sbiaditi, verdi malinconici e desolanti. Ti viene da chiederti: ma è davvero questo il mondo in cui vivevo prima di indossare gli occhiali del sole?

A quei tempi avevo la fissa per i colori del cielo, che di notte a Sassuolo tende a diventare di un marrone violace impossibile da definire. Era il colore dell’insofferenza che provavo verso la città in cui avevo sempre vissuto, mescolato a un bel po’ di spleen residuro da ex adolescente. Ci avevo scritto un racconto, che si chiamava Sfumature. Era stato pubblicato sulla rivista Tèchne di Paolo Albani, forse era la prima volta che mi pubblicavano un racconto o giù di lì. C’era questo protagonista che odiava i colori del cielo, e alla fine della storia vomitava, e il vomito aveva gli stessi colori del cielo. Il mio amico era stato uno dei primi a leggere il racconto e anche uno di quelli che ogni tanto condivideva sbronze e vomitate e probabilmente gli era pure capitato di soffermarsi sul colore del mio vomito.

«Per te i colori hanno un’importanza particolare, quindi è giusto che li tieni tu, tanto mia madre li buttava via».
Forse i miei occhi sono anche diventati un umidi, tanto da dietro le lenti arancioni non se ne poteva mica accorgere.

Così quegli occhiali, che erano del mio amico, anzi di sua madre, sono diventati ufficialmente il mio paio di occhiali. Adesso li uso quasi solo quando sono in macchina, per godermi meglio il panorama, ma devo stare attento perché il mondo ormai tocca sbirciarlo da dietro i graffi: ai solchi anni sessanta si sono aggiunti tutti i miei, in un’orgia di segni e scalfiture che costringe le pupille a fare acrobazie per concentrarsi sulla strada. Ma quando per esempio guida qualcun altro, allora non m’importa: rinuncio volentieri alla precisione, alla definizione, in nome di quel mondo saturo, arancione, pieno di colori. E ogni volta che me li infilo e guardo il mondo vedo anche quel periodo preciso, quel momento in cui uscivo dall’adolescenza e avevo un certo sguardo sulla realtà che è diverso da quello che ho adesso. Rivedo le sfumature con cui vedevo il cielo della mia città e rivedo il mio amico e sua madre che poi ho conosciuto in seguito – chissà se lo sa, sua madre, che ce li ho io i suoi occhiali?

E poi, se riesco a concentrarmi bene, a dirigere lo sguardo tra la scalfitura diagonale sinistra e quel segno verticale che quasi la incrocia, riesco persino a scorgere un barlume di realtà, per come doveva apparire negli anni Sessanta: piena di graffi, contusioni, cicatrici, piena di contrasti e foschie, ma con quella luce in fondo alla strada che ti inondava, ti chiamava, ti diceva fai, viaggia, costruisci, provaci. E va bene, vi dico un segreto che non volevo raccontare a nessuno: anche quando è sera, o notte, persino prima di addormentarmi qualche volta, se ho avuto una pessima giornata o mi sento particolarmente negativo, mi infilo i miei occhiali del sole, chiudo gli occhi e vedo uno dei colori della felicità.







martedì 18 giugno 2013

Workshop finito, vediamo un po' i work

Iniziamo dalla fine: le campagne che abbiamo tirato fuori dal corso. Sono perfette, impeccabili, intoccabili? No, di certo. In tutte c'è qualche zoppicatura, qualche sbavaturina, qualche parola da sistemare, qualche manciata di punti e virgole che forse si potevano rivedere. Le illustrazioni e le fotografie si potevano curare di più? Ovvio. 

Ma in tutte queste campagne c'è qualcosa di buono: un'idea, un guizzo, un'intuizione. Soprattutto c'è la voglia di non accontentarsi, di non giocarsi l'alibi siamo in un corso base o in fondo avevamo solo 16 ore. C'è la voglia di produrre un lavoro che possa essere confrontato con un prodotto professionale, che possa giocare nello stesso campionato. C'è la voglia di capire i meccanismi, di usarli, di lavorare fino all'ultimo per ottenere il miglior risultato possibile. Ci sono insight non banali, ingressi creativi interessanti, titoli provati e riprovati. E, va detto, tutto è stato prodotto internamente, dalle idee alla realizzazione. Sono stupito di quanto i risultati siano così diversi tra loro, eppure tutti in brief, come si diceva in agenzia, nella mia vecchia vita.


 




"Un'idea alimenta la città" parte da un insight che, quando mi è stato presentato dal gruppo di lavoro, ho trovato subito fertile: Se ho un'idea per un corso, un evento, un laboratorio, non so mai chi può aiutarmi a realizzarla. Più della rappresentazione - un po' facile - dell'idea come lampadina, mi ha affascinato la voglia di usare farina, taglieri, strumenti da cucina, per comunicare l'idea di un fare molto emiliano, vicino, concreto, ancorato al territorio. E ho seguito con divertimento e anche un po' di emozione tutte le prove di titolo per tentare di chiudere i soggetti. E anche se non avevamo a disposizione uno studio di posa, né il tempo per preparare uno scatto nei minimi dettagli, abbiamo cercato di ottenere il miglior risultato possibile. Credo che la campagna sia convincente: delle tre è quella con il linguaggio più adulto, ma inquadra certamente una delle anime di Casa Corsini.
La creatività è di Doriano Dalpiaz, Morena Silingardi, Vanna Panciroli, Monica Montanari. Lo scatto e l'art direction sono di Laura Gibellini.



 











"Da un incontro nasce sempre qualcosa" è basata su un altro insghit molto vero, anche se forse più vicino al pubblico dei ragazzi: Se non ho un luogo di riferimento dove trovare persone come me, non riuscirò mai a combinare niente. Quando mi hanno portato una foto dei Beatles, con un titolo del tipo "Se non si fossero mai incontrati?" ho capito che c'era qualcosa di buono. I Beatles però, per una serie di ragioni che non è difficile immaginare, non si potevano usare. Né potevamo usare altri personaggi celebri. Allora ho cercato di trasformare il problema in opportunità, indirizzando il tutto verso incontri un po' più laterali e forse anche più inaspettati. Ma per esempio il latte che incontra il cioccolato? mi hanno detto. E il gioco era fatto. Alla fine mi sono divertito a fare personalmente le illustrazioni (non è certo il mio mestiere) perché non c'era altro modo di chiudere questa campagna, e ci tenevo moltissimo che non rimanesse solo nella testa di chi l'aveva pensata. Abbiamo tirato fuori sei soggetti, alcuni direi onestamente proprio ben riusciti e centrati su quello che può rappresentare Casa Corsini come luogo di riferimento.
La creatività è di Antonio Bellan, Francesca Cuoghi, Roberta Ferri e Laura Gibellini.





 





"Tutta un'altra mucca" è andata avanti subito con le sue gambe, anzi con le sue zampe. Il gruppo ha avuto chiara sin dall'inizio l'idea di usare la mucca che appare nel logo di Casa Corsini come ironico testimonial. Dopo qualche tentativo, sono approdati con relativa facilità al traguardo: mi sono limitato a indirizzarli verso un visual doppio, che in questo caso rendeva il messaggio più ironico, e a suggerire qualche titolo come esempio. Il risultato sono questi tre soggetti piuttosto divertenti, che racccontano molto chiaramente le tre vocazioni principali di Casa Corsini: Centro Giovani, Sala Civica, Sala Prove. 
La creatività è di Alice Debbi, Giulia Cavallaro e Riccardo Pagliani, che si sono occupati anche delle illustrazioni e dell'impaginazione.


E finiamo, tornando all'inizio: è stato un corso breve, troppo breve (8 incontri, finiti troppo in fretta) ma incredibilmente fertile e pieno di persone entusiaste.
Sotto sotto mi sono sempre divertito a pensare che un luogo che si chiama Corsini non possa che essere perfetto per organizzare corsi. Adesso, capisco meglio anche perché si chama Casa.

Informazione di servizio: giovedì 27 quasi certamente mettermo in mostra i lavori.
Chi vorrà, sa dove trovarci.


sabato 15 giugno 2013

La cosificazione e i narratori di prodotti

Che cos'è, lo sguardo pornografico? È l'atteggiamento di chi osserva un fenomeno senza stabilire relazioni, senza creare empatia, senza confrontarsi con esso. È lo sguardo di chi osserva un accadimento rimanendone a distanza, interessandosene solo per la sua funzione. È lo sguardo che non vede oggetti ma cose, non emozioni ma bisogni, non altre culture ma un parcogiochi dove fare vacanze.

Quando decidiamo di guardare un film porno, isoliamo le scene, decostruiamo l'eventuale trama (se già non è stata decostruita dall'industria, che conosce i bisogni del target), fruiamo del fenomeno al solo scopo di ottenere la sensazione desiderata. Non entriamo in empatia con i personaggi, non proviamo emozioni che non siano quelle che abbiamo già deciso di provare. Non ci chiediamo: come finirà questa storia?

Ma la pornografia non ha a che vedere solo col sesso, anzi. Nella pornografia siamo immersi quando scegliamo una nazione africana per le vacanze "perché vogliamo vedere gli animali selvaggi" (e se torniamo senza averli visti diciamo stizziti che sul depliant c'era la garanzia soddisfatti o rimborsati di vedere almeno la giraffa, accidenti!); la pornografia è industriale, quando ci impedisce sistematicamente di creare relazioni nostre e non previste con gli oggetti che produce, continuando a sfornare cose: tanto più un prodotto rimane una cosa e non un oggetto con cui stabilire una relazione e delle connessioni (e che quindi ripareremo, se si romperà, perché ci teniamo) tanto più acquisteremo nuovi prodotti per nuovi bisogni. Il mio telefono non deve avere quel graffio che mi ricorda quella litigata, non deve avere la cover un po' sbiadita perché l'ho lasciato al sole in vacanza (cavolo, ti ricordi che vacanza? ci penso ogni volta che vedo il colore sbiadito del mio telefono!), non deve diventare parte della nostra storia, oppure non vorremo mai lasciarlo.


La pornografia è culturale, quando osserviamo un fenomeno senza capirlo, ma pretendendo di giudicarlo, per esempio pretendendo di mettere fuori legge gli ancestrali riti messicani in cui si fa uso di allucinogeni, perché si riempiono di turisti in cerca solo di "avere allucinazioni"; e appunto pornografico è il nostro rapporto con quella cosa misteriosa, gigantesca, antica più dell'uomo, che è l'esperienza dell'evasione e dell'apertura verso porte immateriali, risolta all'occidentale con l'eliminazione di qualsiasi agglomerato di relazione, qualsiasi residuo di rituale, concentrandosi solo sulla performance: a noi delle droghe interessano i risultati (questa ti fa sentire felice, questa ti dà energia, questa ha effetti immediati, questa dura più a lungo), della vacanza col safari interessano i risultati (Ho visto 3 leoni, 2 elefanti, 1 rinoceronte bianco), delle partite di calcio interessano i risultati (e ci rapportiamo ai giocatori come fossero degli esseri impersonali senza età, infortuni, malumori), degli animali che osserviamo su quel pornograficissimo programma che è Wild interessano i risultati (quanto corre veloce, quanto salta in alto, quanto è feroce). In pratica ci rapportiamo alle nostre esperienze come se guardassimo film pornografici.




E se in fondo fosse questo, il compito di chi scrive ogni giorno di oggetti? Sviscerarne le relazioni: essere umani vuol dire avere relazioni, vuol dire essere portatori di storie. Gli scrittori, anche gli scrittori di oggetti, i narratori di prodotti, devono scrivere di queste relazioni, devono parlarne, devono tenerle vive perché la pornografia non vinca la battaglia della cosificazione.
Un bel blog che ho scoperto ieri che, vi assicuro, c'entra: barabba-log.blogspot.com